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EHA 2018: biologici in combinazione nelle malattie linfoproliferative

By Giugno 28, 2018Novembre 15th, 2021No Comments
Dai congressiInterviste

Al suo rientro dal 23esimo Congresso dell’European Hematology Association (EHA), abbiamo raccolto le impressioni del professor Francesco Di Raimondo (Direttore Divisione di Ematologia, Azienda Ospedaliera/Universitaria Policlinico–Ove di Catania).
A colpirlo maggiormente tra le novità presentate a Stoccolma, sul piano diagnostico la possibilità di fare la biopsia liquida, ovvero vedere, prendendo un campione di sangue periferico, ciò che accade nel midollo e nei linfonodi di pazienti con patologie ematologiche, in particolare linfomi e mielomi.
Sul piano terapeutico, la possibilità di utilizzare farmaci biologici in combinazione, il futuro nel trattamento dei pazienti affetti da malattie linfoproliferative. “Sempre di più tratteremo i nostri pazienti risparmiandogli la chemioterapia rispetto al passato”, spiega Di Raimondo. “Sono stati riportati dei dati molto interessanti di combinazione venetoclax-ibrutinib, obinutuzumab-ibrutinib che permetteranno nel futuro di utilizzare la combinazione e non utilizzare la chemioterapia”.
Lo studio CLL-11 è stato condotto su pazienti con leucemia linfatica cronica non trattati, con comorbilità – lo score mediano di CIRS (comorbilità) è stato 8 (range: 0-22) con il 76% dei pazienti con uno score CIRS > 6 – e una mediana della clearance della creatinina di 62,5 mL/min. Nel commentare il dato di aggiornamento dell’Overall Survival (OS) dallo studio CLL-11, il professor Di Raimondo ha sottolineato come il confronto tra la combinazione di rituximab-clorambucile e obinutuzumab-clorambucile sia stato vantaggioso sia in termini di Progression Free Survivall (PFS) sia di OS. Ma non solo, colpisce il dato sul Time To Next Treatment. “Un aspetto centrale per questi pazienti, con comorbilità, spesso in politerapia è restare liberi da trattamento antileucemico per circa 4 anni; 1 anno e mezzo in più rispetto al trattamento con rituximab”.