Mielofibrosi, tutti i vantaggi del nuovo inibitore di JAK momelotinib

By Luglio 14, 2025Luglio 21st, 2025No Comments
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Nei pazienti con mielofibrosi e anemia (livello di Hb <10g/dl), il trattamento di prima linea con momelotinib  permette di ottenere una duplice risposta: splenica, ossia una riduzione del volume della milza di almeno il 35% (SVR35), e di indipendenza dalle trasfusioni quasi quattro volte superiore rispetto a ruxolitinib, con un impatto positivo anche sulla sopravvivenza globale . Lo dimostrano i risultati di un’analisi post-hoc dello studio SIMPLIFY-1, presentata al congresso annuale della European Hematology Association.

Da queste analisi, spiegano gli autori, la trasfusione-indipendenza emerge come il più rilevante fattore predittivo di sopravvicenza globale con momelotinib, suggerendo che nei pazienti anemici con mielofibrosi, per ottimizzare gli outcome a lungo termine, si dovrebbe dare la priorità al raggiungimento di questo obiettivo.

Circa il 40% dei pazienti con mielofibrosi presenta un’anemia da moderata a grave già al momento della diagnosi, ma si stima che quasi tutti ne andranno incontro nel corso del tempo. Questa condizione richiede terapie di supporto aggiuntive, in primo luogo le trasfusioni. Ovviamente i pazienti trasfusione-dipendenti presentano una peggiore qualità di vita e una sopravvivenza ridotta. Nei casi in cui si riscontri una grave astenia o una splenomegalia importante, la mielofibrosi può impattare pesantemente sullo svolgimeto delle attività quotidiane.

“L’unica terapia ad oggi potenzialmente in grado di risolvere la patologia è il trapianto di midollo, che, tuttavia, è riservato a una piccola percentuale di pazienti, in genere sotto i 70 anni, a causa della complessità e dei rischi ad esso associati. I pazienti non elegibili a trapianto vengono generalmente trattati con un JAK-inibitore. Rispetto agli altri JAK-inibitori già utilizzati, momelotinib, somministrato oralmente una volta al giorno ha portato importanti benefici su splenomegalia e anemia, riducendo in modo significativo il carico trasfusionale”, commentano i ricercatori.

Momelotinib è un inibitore orale di JAK1/JAK2 e del recettore dell’attivina A di tipo 1 (ACVR1), dal febbraio scorso disponibile anche in Italia e rimborsato dal Servizio sanitario nazionale per il trattamento dei pazienti adulti con anemia da moderata a severa, affetti da mielofibrosi primaria, mielofibrosi post-policitemia vera o mielofibrosi post-trombocitemia essenziale, e naïve agli inibitori della Janus chinasi o già trattati con il JAK-inibitore ruxolitinib.

SIMPLIFY-1 è un trial multicentrico internazionale di fase 3, randomizzato, in doppio cieco, che ha confrontato l’efficacia di momelotinib rispetto a ruxolitinib in 432 pazienti con mielofibrosi a rischio intermedio o alto, naïve ai JAK-inibitori.

In questo studio, momelotinib ha già dimostrato in precedenza di essere non inferiore a ruxolitinib nel raggiungimento di una SVR35 alla settimana 24 rispetto al basale (27% contro 29%; P= 0,011), centrando, così, l’endpoint primario del trial. Inoltre, il nuovo JAK-inibitore si è dimostrato nominalmente superiore a ruxolitinib per quanto riguarda l’indipendenza trasfusionale, definita come assenza di trasfusioni o un livello di emoglobina >8 g/dl nelle 12 settimane precedenti (67% contro 49%; P< 0,001) alla settimana 24.

All’EHA sono stati presentati i risultati di un’analisi post-hoc i cui obiettivi erano determinare la probabilità e la significatività clinica del raggiungimento di una duplice risposta, splenica e d’indipendenza trasfusionale, nei pazienti anemici (con Hb <10 g/dl) dello studio SIMPLIFY-1, valutandone anche l’impatto sull’overall survival.

Nel sottogruppo di pazienti anemici al basale dello studio SIMPLIFY-1 (86 nel braccio momelotinib e 94 nel braccio ruxolitinib), i tassi di SVR35 alla settimana 24 sono risultati simili con momelotinib e ruxolitinib, sia complessivamente (31% e 33%; IC al 95%) sia nella maggior parte dei sottogruppi, inclusi quelli definiti in base a età, sesso, volume della milza al basale, rischio prognostico IPSS e sottotipo di mielofibrosi. I tassi di SVR35 sono risultati più alti con momelotinib nel sottogruppo di pazienti con una conta piastrinica al basale <100×109/l (46% contro 0%), e, invece, più alti con ruxolitinib nel sottogruppo di pazienti con una conta piastrinica al basale >200×109/l.

Nei pazienti anemici al basale dello studio SIMPLIFY-1, il tasso di  duplice risposta, sia splenica sia di indipendenza dalle trasfusioni, alla settimana 24 è risultata quasi quattro volte superiore nel braccio momelotinib rispetto al braccio ruxolitinib (27% contro 7%).

I tassi di risposta duplice alla settimana 24 sono risultati più elevati con momelotinib rispetto a ruxolitinib in tutti i sottogruppi, inclusi quelli definiti in base a età, sesso, volume della milza al basale e conta piastrinica. In particolare, nei pazienti con Hb <10 g/dl e conta piastrinica >200×109/l al basale, i tassi di risposta duplice sono risultati del 19% con momelotinib contro 13% con ruxolitinib, mentre nei pazienti con Hb <10 g/dl e conta piastrinica <200 × 109/l al basale, una doppia risposta si è osservata nel 33% dei pazienti trattati con momelotinib contro il 2% di quelli trattati con ruxolitinib.

Bibliografia. Palandri F, et al. Impact of dual spleen response and transfusion independence on survival in JAK inhibitor–naive patients with myelofibrosis and anemia treated with momelotinib: a subgroup analysis of SIMPLIFY-1. EHA 2025; abstract: #PS1829.