
Nella leucemia mieloide acuta il dato più rilevante arriva dallo studio PARADIGM, la prima sperimentazione clinica a confrontare direttamente l’efficacia della combinazione azacitidina–venetoclax (aza-ven) con la chemioterapia di induzione intensiva nei pazienti idonei a quest’ultima.
“Il nostro studio ha raggiunto l’endpoint primario dimostrando che aza-ven migliora la sopravvivenza libera da eventi e garantisce tassi di risposta globali e complete più elevati,” ha affermato il Dr. Amir Fathi, direttore del Center for Leukemia del Mass General Brigham Cancer Institute e docente alla Harvard Medical School. “I pazienti hanno potuto accedere più frequentemente al trapianto, con minore mortalità precoce, migliore qualità di vita e minori tempi di ospedalizzazione.”La combinazione azacitidina + venetoclax, già standard per pazienti anziani o fragili, è generalmente ben tollerata e spesso gestibile in regime ambulatoriale.
Lo studio ha arruolato 172 pazienti adulti con nuova diagnosi di LMA, randomizzati a ricevere aza-ven oppure chemioterapia intensiva. I pazienti con alterazioni genetiche specifiche (FLT3, fusione CBF, mutazione NPM1 <60 anni) sono stati esclusi, configurando una popolazione a rischio intermedio-alto.
I risultati:
Sopravvivenza libera da eventi (EFS): mediana >14 mesi nel gruppo aza-ven vs >6 mesi nel gruppo chemioterapia.
Dopo un follow-up di circa 22 mesi, il 53% dei pazienti trattati con aza-ven manteneva l’EFS a un anno, contro il 36% del gruppo di controllo.Tasso di risposta globale: 88% con aza-ven vs 62% con chemioterapia.
Risposta completa o completa con recupero ematologico incompleto: 78% vs 54%.
Accesso al trapianto di cellule staminali: 61% nel gruppo aza-ven vs 40% nel gruppo chemioterapia.
Mortalità precoce (entro 60 giorni): 0% nel gruppo aza-ven, 5% nel gruppo chemioterapia.
Tossicità: simile tra i due gruppi nei gradi 3–4, ma:
nessun accesso in terapia intensiva nel gruppo aza-ven (contro il 10% con chemioterapia),
minore durata del ricovero,
minore carico sintomatologico e minori livelli di depressione già a due settimane dall’inizio della terapia.
Secondo Fathi, i risultati “supportano l’utilizzo della combinazione anche nei pazienti idonei alla chemioterapia intensiva con rischio intermedio o alto e privi di mutazioni FLT3.” Ulteriori studi valuteranno costi, complicanze infettive, impatto sulla malattia minima residua e numero ottimale di cicli prima del trapianto.




