
Lavoro e formazione professionale
Perché ha scelto di fare il medico?
Ho scelto di fare il medico da bambino. Dal balcone di casa vedevo l’istituto Don Gnocchi e osservavo coetanei che non potevano camminare o giocare come me. Questo mi ha fatto provare un senso di ingiustizia, più che compassione, e mi ha acceso il desiderio di rendere la cura più equa. Col tempo lo stesso principio mi ha guidato anche nel lavorare per l’accesso alle terapie nei Paesi con meno risorse e per rendere possibili cure complesse anche a persone fragili.
Nella sua formazione hanno contato i “Maestri”?
Sì, moltissimo. Posso raccontare la mia crescita attraverso alcune figure decisive: chi mi ha dato fiducia e mi ha insegnato a non sentirmi inferiore agli altri; chi mi ha trasmesso i fondamentali della clinica (anamnesi, visita, priorità); e chi mi ha insegnato ad avere visione e a capire cosa serve per essere adeguati ai ruoli e alle situazioni.
Ha potuto scegliere i suoi mentori?
Sì, li ho scelti in modo consapevole. Non mi sono limitato a chi mi veniva assegnato: ho osservato come lavoravano le persone intorno a me e ho scelto quelle che mi affascinavano di più, perché in quel momento avevano le qualità che mi servivano per crescere.
Quali sono i cambiamenti più significativi che ha riscontrato negli anni della sua professione?
Il cambiamento più grande riguarda l’idea stessa di essere medico. Io sono stato formato in una cultura dove la relazione col malato era centrale: fiducia, ascolto, osservazione, rispetto. Oggi vedo invece una tendenza a ridurre tutto a dati, codici e tecnologia, perdendo la dimensione umana. Si rischia di fare il medico senza esserlo davvero.
Qual è la sua maggior soddisfazione nella vita professionale?
La soddisfazione più grande è vedere giovani più bravi di me. Mi rende felice essere corretto e stimolato da chi è più giovane, quando lo fa con libertà e senso di responsabilità. Significa che hanno imparato a pensare e a contribuire davvero al bene comune del lavoro.
L’avvento delle terapie cellulari ha cambiato il quadro delle patologie oncoematologiche?
Per alcuni pazienti sì, perché ha dato risposte dove prima non c’erano alternative. Ma soprattutto ha dimostrato che il sistema immunitario può essere manipolato e reindirizzato contro il tumore. Io venivo da anni di autoimmunità e ho sempre pensato che quella potenza potesse essere usata per curare. Quando ho ascoltato la visione di Bordignon, ho capito subito che era la mia strada: all’inizio eravamo pochissimi a crederci, ma oggi quel futuro è diventato reale.
Cosa rende un bravo ematologo clinico anche un bravo insegnante? Tiene al suo ruolo di docente?
Non lo vivo come un ruolo separato, ma come una responsabilità naturale. Credo che l’insegnamento più efficace sia la testimonianza: coerenza, trasparenza e credibilità. Mi interessa più rendere chiaro il percorso che porta a una decisione, che imporre la decisione stessa.
Cosa ha tratto dalla sua esperienza di cooperazione internazionale?
Mi sono portato a casa molto: ho imparato a fare progetti grandi con poche risorse, a distinguere l’essenziale dal superfluo e a comunicare meglio con persone di culture diverse. È stata una scuola di concretezza e di essenzialità.
Ritiene la collegialità un elemento di distrazione o di attrazione?
Per me è imprescindibile. Oggi la complessità richiede multidisciplinarietà: sedersi insieme, mettere in comune competenze diverse e arrivare a una decisione che sia davvero nostra, non di uno solo.
Sfide e scommesse
Che ruolo hanno avuto la ricerca e l’innovazione nella sua progressione professionale?
Per me il ricercatore è un modo di essere: significa porsi domande e trovare un metodo per rispondere. L’innovazione è stata costante nella mia carriera, come esercizio continuo di miglioramento e di rimessa in discussione.
Ritiene che un’esperienza diretta di ricerca biologica fondamentale debba avere spazio nella formazione di un medico clinico?
Penso che sia più importante crescere in un ambiente dove la domanda biologica è sempre presente, più che obbligare tutti a fare ricerca in prima persona. Chi è motivato deve avere spazio e dignità nel gruppo, ma non ha senso forzare chi non lo desidera.
Accesso globale alle cure e innovazione: un ossimoro?
Sì, perché oggi regole e burocrazia sulla qualità e sulla produzione rendono lo sviluppo di nuove cure sempre meno sostenibile. Si spendono risorse enormi per requisiti che spesso non aggiungono un beneficio reale al paziente. Quelle risorse potrebbero essere usate per sviluppare molte più terapie: il rischio è lasciare il destino della medicina a logiche burocratiche e di business.
Che impatto può avere la messa in discussione delle organizzazioni sanitarie internazionali?
Lo considero enorme e molto negativo. Quelle istituzioni rappresentano la volontà di costruire una comunità globale e di tutelare i diritti dopo la guerra. Delegittimarle è grave non solo per i fondi che mancano, ma per il messaggio culturale che si manda ai giovani.
Con quale politico passerebbe volentieri una serata e perché?
Con qualunque Presidente del Consiglio in carica, di qualunque colore. Vorrei convincerlo che i problemi seri vanno affrontati seriamente e che un politico deve riconoscere i limiti delle proprie competenze, affidandosi a competenze trasparenti. Mi piacerebbe anche ragionare su modi per restituire fiducia nella politica come bene comune.
Le piace la regionalizzazione della sanità italiana?
Ne vedo più danni che benefici. Capisco l’idea di adattare i servizi al territorio, ma nella pratica crea disuguaglianze e frammentazione. Io avrei preferito un sistema sanitario nazionale più uniforme.
Se potesse riscrivere il suo percorso quale bivio prenderebbe diversamente?
I miei figli mi hanno detto che forse avrei dovuto scegliere un lavoro con risultati più visibili e immediati, come la chirurgia. Ma io non cambierei nulla di fondamentale: ho scelto questa strada in libertà e mi rappresenta, nei principi e nelle opere.
Come riesce a proteggere la sua sfera emozionale dal lavoro?
Sempre meno. Oggi mi emoziono di più e sono più vulnerabile. Non considero l’emotività un difetto: la proteggo, ma per farla convivere con le responsabilità spesso ho bisogno di nascondermi e prendermi spazi di fuga.
Se non fosse diventato medico, cosa le sarebbe piaciuto fare?
Mi sarebbe piaciuto vivere di musica, magari suonare il violoncello in un’orchestra, oppure stare nella natura come guida. Però non lo sento come una vera alternativa: non vedo qualcosa che possa sostituire l’essere medico.
Quale scoperta recente la fa ancora entusiasmare come un giovane ricercatore?
Mi entusiasma quando si apre una finestra nuova, un meccanismo che non avevamo mai immaginato. La gioia vera è l’intuizione inattesa, più che la semplice conferma di un’ipotesi già prevista.
Ritiene che la comunicazione scientifica pubblica sia rilevante?
Sì, è rilevantissima, ma spesso viene fatta male. Non ci insegnano a spiegare davvero, e vedo quanto poco tempo si dedica ai pazienti per far capire le cose. Stimo molto chi riesce a rendere semplici messaggi complessi.
La comunicazione a pazienti e caregivers ha uno spazio nella sua giornata di medico?
Sì: circa metà del mio tempo lo passo a parlare con i pazienti, e lo vivo con grande soddisfazione.
Ritiene che nei curriculum di formazione professionale di un medico ci siano mancanze strutturali?
Sì, almeno due. La prima è la comunicazione: non basta parlare, bisogna farsi capire, e la responsabilità è di chi comunica. La seconda è l’etica: se ne parla troppo poco e si lascia un vuoto pericoloso nei giovani, perché non si riflette sul senso umano del fare o non fare certe scelte.
È spaventato dall’avvento dell’intelligenza artificiale nella pratica professionale?
No, purché la si governi. Voglio che le regole le decidiamo noi e che gli algoritmi siano sempre validati da un essere umano: non possiamo delegare il discernimento a una macchina.
Trova il tempo per scrivere? E se sì, dove?
Scrivo ancora a mano, brevi biglietti. Li scrivo per i miei genitori, i miei figli e per le persone più care con cui sento comunione di vita, anche se la distanza da alcune di loro mi pesa.
Ritiene che l’impact factor sia ancora un indicatore di cui fidarsi?No. Per me conta di più misurare l’impatto reale di una pubblicazione: se ha cambiato la pratica clinica o aperto nuove strade, non solo il valore numerico della rivista.
Quale sarebbe la prima cosa da insegnare ai giovani ematologi non scientifica ma di etica comportamentale?
Che davanti hanno una persona, non una patologia. Per me è fondamentale guardare il paziente negli occhi e non fare o dire nulla che lo riguardi senza coinvolgerlo e senza fargli capire che lo stai facendo per lui.
Ricordi, passioni e...
Pittura, musica, cinema, letteratura, fotografia: quale arte l’appassiona di più?
La musica è una parte enorme della mia vita quotidiana. E poi la fotografia: mi ha insegnato a guardare davvero le cose, non solo a vederle, e a cercare il bello che ci circonda.
Ha un libro sul comodino?
Sì: da anni tengo con me una biografia di Hannah Arendt, “Nati per incominciare”, perché mi ricorda che ogni giorno si può ricominciare. Oggi però leggo soprattutto romanzi e storie di relazioni complicate.
La città all’estero più nelle sue corde?
Parigi. L’ho vissuta da bambino e poi tante altre volte: la sento mia, come simbolo di umanità varia e multietnica dentro una cornice di grande bellezza.
Ha delle paure nascoste che può confidarci?
Non ho paura del dolore né della morte. Il timore più grande è vedere persone intorno a me profondamente scontente e non riuscire a convincerle che vale la pena non restare in quella spirale negativa.
Il suo più grande rammarico?
Non essere arrivato abbastanza in alto in montagna, come avrei voluto. E, soprattutto, aver vissuto l’infanzia dei miei figli troppo in fretta, senza godermela quanto avrei desiderato.
Il momento migliore della giornata?
Il risveglio, perché è un’alba nuova e perché si ricomincia.
Di chi o di cosa hanno nostalgia?
Non tanto di persone: accetto che le cose finiscano e conservo il bello di ciò che è stato. Ho nostalgia soprattutto di più natura, di vento, aria, pioggia, elementi.
Curiosità
Ha una stagione, o un mese preferiti?
Settembre: è un mese pieno dell’energia dell’estate, ma senza il caldo e senza ancora le ansie dell’inverno. Per me è un mese per ricominciare.
Cani o gatti?
Dipende da cosa mi serve in quel momento. Oggi mi viene più naturale stare con i gatti; immagino i cani in una fase della vita più essenziale, magari insieme ai bambini.
Il suo fiore preferito?
La bouganville, perché è continua: quando ne muore uno ce n’è già un altro vicino. Mi rappresenta una bellezza che non finisce subito.
Tende a ricordare i suoi sogni?
Sì, perché mi sveglio spesso. E i sogni hanno quasi sempre a che fare con ciò che mi sta attraversando in quel periodo.
Cosa le fa infuriare di più nell’esercizio della professione?
Lo strapotere degli amministratori nelle decisioni sanitarie. Mi sembra intollerabile che scelte cliniche vengano condizionate da logiche burocratiche e da persone lontane dalla sostanza del lavoro medico.
Il suo primo esame se lo ricorda?
Sì: Chimica. Venivo da un liceo dove mi ero preso troppe libertà e quel primo esame mi ha riportato a uno studio rigoroso, per non rischiare più di fare brutte figure.
Con chi si sente più spesso al telefono?
Quasi solo per lavoro. Con la famiglia mi sento poco al telefono, e in vacanza per me il telefono praticamente non esiste.







